VINI DELL'ISOLA D'ELBA NEL CUORE DI MILANO: EUSTACHIORA PORTA ARRIGHI IN VIA EUSTACHI

Dall'8 al 16 giugno 2026, il distretto EustachiOra trasforma i locali del quartiere in un percorso itinerante tra i vini di una delle cantine più originali della Toscana.
C'è un angolo di Milano, tra via Eustachi e le strade che le gravitano attorno, dove ogni mese il vino smette di essere solo una bevanda e diventa racconto, incontro, scoperta. Si chiama EustachiOra, e da mesi rappresenta uno dei punti di riferimento più vivaci per la cultura enologica della città: un distretto diffuso, un progetto che unisce commercianti, residenti e appassionati in una formula semplice quanto efficace — la degustazione itinerante.
Per questa nuova edizione di giugno 2026, il protagonista è l'Azienda Agricola Arrighi, cantina storica dell'Isola d'Elba, realtà che negli ultimi anni ha saputo imporsi nel panorama vitivinicolo toscano — e non solo — grazie a una visione produttiva che coniuga radici profonde e sperimentazione audace.
Un format che funziona: la degustazione come rito collettivo
EustachiOra non è una fiera, né una semplice serata in enoteca. È qualcosa di più sottile e più ambizioso: un invito a muoversi, a scoprire, a sostare. Il format itinerante prevede più tappe distribuite tra i locali del quartiere, ciascuna con una proposta enologica diversa. L'evento si apre con un press tour lunedì 8 giugno alle ore 19.00 da Sapori Solari, in via Stoppani 11, e si estende poi fino al 16 giugno con degustazioni aperte al pubblico nei locali partner.
Il percorso di questa edizione si articola in due tappe principali:
1ª tappa — Sapori Solari, via A. Stoppani 11: qui si degustano l'Arembapampane, Elba Vermentino DOC, e l'Isola in Rosa, IGT Toscano Rosato.
2ª tappa — Polpetta DOC, via B. Eustachi 8: protagonista il Centopercento, Elba Rosso DOC.
Tre etichette, tre espressioni di un territorio straordinario: l'Isola d'Elba, con i suoi vigneti affacciati sul Tirreno, i suoi vitigni autoctoni millenari, la sua biodiversità mediterranea.

La famiglia Arrighi: quando il vino è una questione di identità
Per capire i vini di Arrighi, bisogna capire prima di tutto gli Arrighi. Antonio, il produttore, ha le parole chiare di chi sa esattamente da dove viene e dove vuole andare: "La nostra storia familiare e professionale è profondamente intrecciata a quella dell'Isola d'Elba. Noi oggi siamo produttori di vino dell'Isola d'Elba e questo ci definisce, prima di tutto."
La storia della famiglia con l'isola e con la vite è lunga, ma è con Antonio che la vocazione enologica è diventata centrale. Prima, la tradizione era diversa: il padre Sergio era perito agrario, certo, amava la campagna, ma l'attività principale era quella alberghiera — gestiva l'Hotel Belmare a Porto Azzurro. La vigna c'era, ma era marginale.
È Antonio che ha compiuto la svolta, spinto — come racconta lui stesso — "per passione, per amore dell'Isola d'Elba e della sua incredibile biodiversità." Una scelta di vita prima ancora che imprenditoriale.
Oggi l'azienda è una piccola impresa familiare nel senso più autentico del termine. Accanto ad Antonio ci sono le figlie: Giulia, che si sta per laureare in enologia e si prepara a entrare a pieno titolo nella produzione, e Ilaria, che si occupa di comunicazione e marketing. E poi c'è Mattia, il più piccolo — "loro sono il futuro", dice Antonio, con la sobrietà di chi non ha bisogno di aggiungere altro.
Quindici ettari sul mare: il territorio come vocazione
L'azienda Arrighi si estende su 15 ettari totali, di cui 8 effettivamente vitati. I vigneti crescono su terrazzamenti disposti ad anfiteatro che guardano il mare — una conformazione che garantisce un'esposizione ottimale, buona circolazione dell'aria e un rapporto continuo tra la vigna e il paesaggio marino. Da questi vigneti, ogni anno, nascono mediamente 30.000 bottiglie.
La composizione ampelografica è pensata in modo preciso e riflette la duplice anima della cantina: da un lato, la fedeltà agli autoctoni dell'Elba, quelli che hanno costruito la tradizione dell'isola; dall'altro, un programma di sperimentazione con varietà alloctone selezionate attraverso un lavoro di ricerca decennale.
Tra i vitigni autoctoni si trovano i bianchi Procanico (ovvero il Trebbiano toscano), Ansonica, Biancone e il cosiddetto "Riminese" — termine locale per il Vermentino — e i rossi Sagioveto (Sangiovese), Tintiglia (Alicante) e l'Aleatico, forse il vitigno più celebrato e identitario dell'isola.
I vitigni sperimentali, selezionati in collaborazione con la Regione Toscana e il Centro di ricerca per la viticoltura di Arezzo, comprendono bianchi come Chardonnay, Manzoni e Viognier, e rossi come Syrah, Sagrantino e Tempranillo. Un laboratorio a cielo aperto che dimostra come la fedeltà al territorio non significhi chiusura, ma piuttosto capacità di dialogo con il mondo.

L'anfora ritrovata: una scelta visionaria
Se c'è un elemento che meglio di altri racconta la filosofia produttiva di Arrighi, è la terracotta. Già nel 2010, quando in Italia la vinificazione in anfora era ancora una pratica ai margini del settore — guardata con sospetto da molti, derisa da alcuni — Antonio Arrighi decise di adottarla. Fu tra i primi nel Paese a farlo con consapevolezza e coerenza.
La motivazione tecnica è precisa: "Cercavo un contenitore che microossigenasse il vino come le barriques, ma senza cedere le sostanze del legno. L'anfora esalta i varietali dell'uva utilizzata, ed è intrisa della storia dell'isola."
Una scelta tecnica, ma anche culturale e quasi filosofica. Lo spiega bene Laura, l'enologa che segue la cantina: "La scelta della terracotta nasce anche dal desiderio di recuperare un'antica tradizione locale — quando la vinificazione in anfora era ancora sconosciuta e talvolta derisa. Antonio è stato un consapevole visionario."
La storia, del resto, dà ragione a questa intuizione. Gli scavi romani della villa di San Giovanni, nel golfo di Portoferraio, testimoniano che già 2.100 anni fa sull'Isola d'Elba si produceva vino in orci di terracotta interrati da 1.500 litri, su ciascuno dei quali veniva inciso il simbolo della famiglia. Arrighi non ha inventato nulla: ha ricordato.
I tre vini in degustazione
Arembapampane — Elba Vermentino DOC Un bianco che porta nel calice tutta la luce del Mediterraneo. Il Vermentino (qui chiamato "Riminese" nella tradizione locale) dà un vino fresco, profumato, con quella sapidità marina che è la cifra stilistica dei bianchi elbani migliori. Un vino da apertura, da conversazione, da scoperta.
Isola in Rosa — IGT Toscano Rosato Il rosato è il vino della complessità discreta: deve saper essere leggero senza essere banale, fruttato senza essere dolce, bevibile senza essere semplice. Isola in Rosa ci riesce, con i colori caldi e i profumi dell'isola che emergono in ogni sorso.
Centopercento — Elba Rosso DOC Il nome è un programma: cento per cento Elba, cento per cento Arrighi. Un rosso che esprime senza compromessi il carattere dei vitigni autoctoni dell'isola, con la struttura giusta per affrontare anche il cibo della seconda tappa — la cucina di Polpetta DOC.
Perché andare
EustachiOra con Arrighi è un'occasione rara: la possibilità di incontrare direttamente il produttore, di ascoltare la storia di un'azienda familiare che ha fatto del territorio la sua ragione d'essere, di assaggiare vini che raccontano un'isola intera attraverso pochi calici. Il tutto in un contesto informale, conviviale, pensato per chi vuole imparare senza essere a scuola e godersi il vino senza cerimonie.
Per chi vuole andare oltre l'etichetta e scoprire vini che hanno davvero qualcosa da dire — storie di terra, di famiglia, di scelte controcorrente — il distretto EustachiOra sarà aperto fino al 16 giugno, con degustazioni nei locali partner. Un'occasione concreta per avvicinarsi a una delle realtà più genuine del vino italiano, un calice alla volta.
Ulteriori informazioni sull'azienda e sulla linea di vini prodotti in anfora sono disponibili sul sito ufficiale: arrighivigneolivi.it
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